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Rubrica Culturale a cura di Barbara Civinini

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IL RELITTO ARCAICO DI OTRANTO RACCONTA

Era stato individuato quattro anni fa a circa 780 metri di profondità. Oggi, grazie ad un mezzo sottomarino filoguidato, il  suo carico fornisce preziose informazioni sulla prima Magna Grecia.

Il relitto alto arcaico del Canale di Otranto, individuato nel 2018, getta nuova luce sulla storia agli albori della Magna Grecia grazie agli studi della Soprintendenza Nazionale per il Patrimonio Culturale Subacqueo, istituita ufficialmente solo tre anni fa dal ministro Dario Franceschini nell’ambito della riorganizzazione del ministero. Il relitto si trova a 780 metri di profondità ed è stato possibile “scandagliare” il suo prezioso carico grazie a un mezzo sottomarino filoguidato di nuova generazione, il Remotely Operated Vehicle, dotato di strumentazioni di alta tecnologia, con cui è stata recuperata una parte del carico: ventidue reperti di ceramiche fini e contenitori da trasporto provenienti dalla regione di Corinto.

Insomma, anche ceramiche buone destinate agli aristocratici. Gli archeologi del Ministero della Cultura li hanno datati intorno alla prima metà del VII secolo a.C. Si tratta di un recupero di eccezionale importanza, non solo per le tecnologie utilizzate ma anche per la profondità a cui è stato realizzato l’intervento di recupero, oltre naturalmente alla grande importanza scientifica dei reperti, come ha sottolineato la soprintendente Barbara Davidde.

La scoperta, infatti, ci restituisce un dato storico che racconta le fasi più antiche del commercio mediterraneo agli albori della Magna Grecia, meno documentate dai rinvenimenti subacquei e dai flussi di mobilità nel bacino del mediterraneo, ha spiegato il Direttore dei Musei, Massimo Osanna, che ha visitato il laboratorio di restauro della Soprintendenza Nazionale.

Il carico intatto, ha detto Osanna, getta luce sulla prima fase della colonizzazione greca in Italia meridionale, grazie anche allo stato di conservazione significativo che ci permette di capire quello che trasportavano: non solo cibi come olive, ma anche coppe da vino considerate beni di prestigio e molto apprezzate anche dalle genti italiche.  

Molto interessante il pithos – cioè una grande giara per l’immagazzinamento spiega la Davidde, recuperato con tutto il suo contenuto costituito da skyphoi, le tipiche coppe per bene. In questa fase, se ne contano almeno 25 integre, oltre a diversi frammenti pertinenti ad altre coppe.

Il numero totale dei pezzi contenuti originariamente nel pithos sarà definito attraverso uno scavo in laboratorio con la rimozione del sedimento marino. Per l’importanza della scoperta il MIC ha in previsione di procedere al recupero dell’intero carico che conta circa duecento reperti, ancora sparsi sul fondale, di cui si dispone già di una mappatura georiferita, al loro restauro e alla realizzazione delle analisi archeometriche sui materiali e archeobotaniche su residui organici e vegetali che potrebbero essere ancora presenti nel sedimento che riempie molte delle ceramiche recuperate, come per esempio in una delle anfore corinzie che ha restituito i resti di noccioli di olive.

Barbara Civinini

31 ottobre 2021

NOTA : Per vedere il video del MIC:  https://youtu.be/ROE-8IG7mBE

 

DIDE

Il recupero di una grande giara – Fonte: MIC

Una tipica coppa, skyphoi, recuperata dal fondo – Fonte: MIC

I reperti sul fondale marino  – Fonte: MIC

La squadra di recupero – Fonte: MIC

Il video YouTube – Fonte: MIC