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Acquedotto romano di Alba Fucens

Percorrendo la strada che dal Comune di Massa d’Albe  (Magliano dei Marsi) conduce all’interessante sito archeologico della colonia romana di Alba Fucens si incontra, al margine della strada, un possente muraglione in opera poligonale che a prima vista  può essere classificato come parte di una struttura difensiva. 

In realtà si tratta dei resti di un cosiddetto “ponte sifone” dell’acquedotto d’età tardo-repubblicana (I sec.a,C.) che riforniva la colonia romana di Alba Fucens,  dedotta nel 303 a.C. nel territorio degli Equi a nord del lago del Fucino.

Della struttura del ponte (costruita ad arcate da cui il nome di Arci), attualmente interrata di circa due metri, è visibile la parte frontale ampia 12 metri e la  lunghezza di circa 130 metri.

Per quanto attiene la sua altezza si ipotizza che l’opera fosse certamente di molto più alta dell’attuale. 

L’acquedotto aveva origine dalla sorgente di S. Eugenio che sgorga a 1129 metri  s.l.m. sulle pendici del complesso montano  Velino-Magnola e terminava con un percorso di circa 10 km nell’abitato della colonia romana a circa 900-1.000 metri di quota.

Nel suo percorso l’acqua raggiungeva il fondo valle inizialmente convogliata in un canale sotterraneo a scorrimento libero, successivamente per circa 3 Km., in una condotta forzata fino alla struttura idraulica detta a “U” e forzata a risalire alla quota dell’abitato di Alba Fucens.

Il sistema, ben noto agli ingegneri romani dell’epoca e adottato per risolvere analoghi problemi negli acquedotti di Alatri (FR) e Patara in Licia (Turchia),  sfruttava il principio dei vasi comunicanti per cui con la sola forza di gravità un fluido può essere trasferito da un serbatoio di carico  ad uno di ricezione anche dopo aver superato una quota intermedia inferiore a quella di arrivo.  

Le condizioni necessarie per un corretto funzionamento dell’impianto presumono ovviamente che la quota di partenza sia superiore a quella di arrivo e che il collegamento tra le due quote sia assicurato in tutto o in parte da opportune tubazioni forzate.

 

Il poco che oggi rimane dell’imponente opera di ingegneria idraulica conferma ancora una volta l’elevato livello di conoscenze tecniche che i romani possedevano.

 

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    Pierluigi Saladini

15 settembre 2021