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L’antico abitato di Luni sul Fiume Mignone

 A  ridosso  dell’ex stazione ferroviaria di Monteromano  sulla linea Civitavecchia – Orte dismessa nel 1962 si erge un interessante pianoro tufaceo, noto oggi con il nome di Luni, delimitato da un lato dal corso dal Torrente Canino e dall’altro dal Fiume Mignone  e dal suo affluente Vesca. Sebbene fosse noto da alcuni antichi documenti  che il luogo ospitasse un modesto insediamento etrusco, solo a partire dai primi anni  ‘60 del 1900 esso  fu oggetto di una prolungata  indagine archeologica  per iniziativa dell’Istituto  Svedese di Studi classici  con sede a Roma.

Fu di conseguenza accertato che il pianoro in epoca neolitica aveva ospitato saltuariamente piccoli insediamenti che divennero permanenti nell’età del bronzo (XV-XI a.C.) e per tutta l’età del ferro sino a strutturarsi  nel VII sec. in borgo agricolo alle dipendenze di Tarquinia o forse di Caere.

Tre secoli più tardi (IV sec.a.C.) Roma estese il suo potere  su tutto il territorio e di conseguenza anche sul borgo esistente sul pianoro cui forse fu dato il nome di Luni. Nei secoli successivi  per Luni e per gli altri Borghi del territorio (Norchia, Grotta Porcina, Castel d’Asso, San Giovenale e San Giuliano) ebbe inizio un progressivo  declino che nella prima età imperiale portò al loro completo abbandono ed al diffondersi del latifondo su tutto il territorio.

Solamente  molti secoli più tardi l’uomo  tornò ad insediarsi  stabilmente sul pianoro  come attestano la presenza di poche tracce di  una chiesetta riferibile all’alto medio evo, di un castelletto edificato sul vertice sud del pianoro forse  su una preesistente fortificazione etrusca e alcune  abitazioni rupestri sul vicino Monte Fornicchio. 

Più o meno nel 1300, forse in conseguenza  di qualche grave pestilenza, il luogo fu abbandonato consentendo alla natura di impossessarsene con una vegetazione rigogliosa cui si aggiunsero nel tempo anche rovinose frane  dovute a scosse telluriche.

Due sono le possibilità d’accesso  al pianoro: l’itinerario più interessante  sotto l’aspetto ambientale e paesaggistico è quello che parte da Tolfa e percorrendo la strada del Marano giunge al Casalaccio dal quale si origina un sentiero  che scavalca il F. Mignone su un ponte ferroviario e termina sotto un ripido costone  cui é addossata  una  “ardita” scaletta di ferro che consente di accedere al pianoro. Un seconda possibilità d’accesso è un tratturo di circa 6 Km, solo in parte carrabile, che inizia in prossimità della dismessa stazione di Civitella Cesi e raggiunge la località “il Vignolo” e poco più avanti il Monte Fornicchio e la porta est dell’antico Borgo.

Entrando sul pianoro dal lato del ponte in Ferro si giunge ad una grande capanna databile  fine XI-inizio X sec. a.C.. della quale rimane la base costituita da una grande fossa rettangolare scavata nel tufo ampia 18x9 mt.. Lungo il perimetro correva  un basso muro di pietra che sorreggeva  i pali di sostegno del  tetto stramineo inclinato di circa 60 gradi. Un pavimento in legno poggiava su pali orizzontali posizionati nella parte più bassa della fossa in modo da proteggere gli abitanti dall’umidità del tufo. Da questo pavimento una scaletta scavata nella parete immetteva sul piano di campagna.  Nella rimozione della terra, che con il tempo aveva riempito la fossa, sono venuti alla luce frammenti di oggetti da cucina, ma anche  rocchetti, pesi da telaio,  fibule in bronzo e avanzi di pasti consumati.

Addossata alla grande capanna si scorge una grotta, trasformata in epoca alto medievale in una chiesuola, della quale si riconosce l’abside e la navata scavata nel tufo. La sacralità del luogo è confermata dalla presenza di piccole tombe a fossa di certo destinate alla sepoltura di bambini.  L’abitato vero e proprio,  definitosi a partire dal VII sec. a.C.,  occupava circa la metà del pianoro con case, pozzi, cisterne e cunicoli per il drenaggio delle acque, ma nulla di queste opere è al momento visibile,  in quanto nascoste dalla vegetazione e ricoperte dagli stessi archeologi  che le hanno riportate alla luce.   Procedendo sul sentiero che si sviluppa più o meno sul centro del pianoro e offre solo di tanto in tanto l’opportunità di osservare dall’alto la vallata sottostante, nella quale il F. Mignone riceve il contributo  delle acque chiarissime del Torrente Vesca, si incontrano  due successivi fossati artificiali ortogonali all’asse maggiore del pianoro.

Distano tra loro circa 40 mt e sono del tutti simili a quelli riscontrabili  nei borghi di Norchia, S. Giuliano e S. Giovenale. La loro funzione era indubbiamente quella di frapporre ripetuti ostacoli alla progressione  di un eventuale nemico che fosse riuscito a violare la porta est. Sul retro dei primi due fossati è stata  individuata la traccia di un terzo fossato che probabilmente svolgeva la funzione  di raccolta delle acque piovane.

Gli archeologi che hanno effettuato saggi di scavo  nello spazio delimitato dai due fossati hanno accertato  la presenza  di tre capanne a pianta rettangolare  allungata realizzate in parte scavando nel tufo  e in parte elevate con muratura di fondazione e incannucciate intonacate con argilla.

Le tre costruzioni definite “evolute”   sembrano risalire al periodo del bronzo finale  cioè ad un periodo di molto  precedente a quello della realizzazione dei fossati  che risalgono all’ultimo scorcio  del IV sec.a.C.. Per quanto attiene l’ampiezza di queste abitazioni, la capanna  posizionata più a sud  presenta ragguardevoli dimensioni (4x42 m) ed uno scavo che raggiunge la profondità di 2,20 mt., quella mediana un’ampiezza di 7x4 mt. e l’ultima, scavata solo in parte  circa 30x4 mt,.

Saggi di scavo effettuati nelle parti interne delle tre strutture hanno restituito ceramiche appenniniche  di impasto,  resti di cereali, ossa di animali, punte di  frecce in selce  e frammenti di ceramiche micenee.

Proseguendo ancora più avanti sul sentiero, si raggiunge l’area estrema del pianoro  che presenta tenue tracce della porta del Borgo, di capanne ovali, di fondamenta della chiesetta medievale ed evidenze più consistenti  di un ridotto fortificato (forse una torre di 10 mt per lato) d’epoca etrusca o forse medievale edificato per potenziare la difesa naturale della porta d’ingresso. Uscendo da questa  porta e seguendo il sentiero che attraversa una modesta valletta, si raggiunge la vicina altura di  Monte Fornicchio che ospita, quasi intatta,  una casa rupestre d’epoca medievale  articolata  su due vani sovrapposti  muniti di finestrelle e raccordate fra loro  da una scaletta interna scavata nel tufo.

La necropoli di Luni  si estende tutt’intorno al pianoro, ma le tombe che la costituiscono  non sono facilmente visitabili in quando nascoste dalla fitta boscaglia. Più agevole è invece raggiungere la porzione di necropoli che si estende sul Monte Fortino separato dal pianoro di Luni dal vecchio tracciato della ferrovia per Orte. Anche qui le tombe sono ben nacoste dalla vegetazione, ma è abbastanza agevole raggiungere la Tomba delle Cariatidi  che si affaccia sul f. Mignone poco prima del punto di confluenza con il fosso Canino. Questa tomba è riconoscibile  per la presenza di una falsa porta a rilievo e al suo interno, addossati alla parete, due pilastri scanalati e sormontati da una cornice sulla quale sono poste due gradi teste a rilievo che sorreggono il soffitto.

 In definitiva l’escursione a questo sito archeologico non può essere catalogata tra le più facili sia per la difficoltà di raggiungere il luogo, sia per l’eccezionale vegetazione che nasconde le poche tracce delle strutture archeologiche ancora esistenti. Per contro l’effettuarla soddisfa appieno l’animo di coloro che amano la natura.

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Luglio 2021

Pierluigi Saladini