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L’antico abitato di Norchia

A metà di una immaginaria retta tracciata  tra gli abitati di Tuscania e  Vetralla è ubicato quel poco che rimane di un antico abitato d’origine etrusca  ove, come scrisse George Dennis, per l’elevato  concentrato di elementi ambientali e architettonici “solennità e mistero sono qui presenti più che in qualsiasi altro luogo” (1).Noto oggi con il nome di Norchia, derivato forse  dal toponimo  romano e alto medievale di Orclae o dal nome della divinità etrusca di Nortia, l’antico abitato ebbe quattro esistenze. Fu infatti etrusco, romano, longobardo ed infine cristiano medioevale.

La sua ubicazione topografica è quella tipica della consuetudine etrusca. Occupa infatti  un ampio pianoro tufaceo isolato e protetto  tutt’intorno da ripide pareti di tufo alte in media 40 mt alle cui basi scorrono sul lato sud il Fosso Biedano e sul lato nord il fosso di Pile ed il suo affluente  dell’Acqua Alta. La forma del pianoro è vagamente somigliante ad una clessidra  orientata a nord in quanto costituita da due triangoli  uniti ai vertici in corrispondenza dei quali il terreno presenta una profonda frattura naturale.  Il lato meridionale del pianoro, che all’origine era privo di una protezione naturale, in epoca etrusca fu tagliato da un profondo fossato artificiale lungo circa 180 mt e largo 25 la cui realizzazione, datata IV-III sec.a.C., ha richiesto la rimozione stimata in 15.000 metri cubi di tufo.

A metà circa di questo fossato artificiale  era aperta una porta d’accesso, oggi non più esistente,  nella quale si immetteva una via da identificarsi con la famosa via Clodia o un suo diverticolo,  che attraversava tutto il  pianoro in posizione pressoché mediana e ne usciva a nord da una porta ancora ben conservata, inserita nelle mura fatte edificare da papa Adriano IV nel 1155.

Superata questa porta,  che all’origine era ampia 2,80 mt poi ridotti  a 1,50 mt, la via piega decisamente a sinistra costeggiando un tratto delle mura  che proteggevano il bordo settentrionale del pianoro. Il crollo di massi franati dall’alto hanno reso impraticabile questo tratto di strada che comunque scende nella sottostante valletta e, attraversato il fosso Biedano, entra in una suggestiva tagliata, lunga circa 370 mt.  detta “cava buia” (gola artificiale scavata nel tufo) che risale sino al  pianoro delle casalette di Norcia. Alcuni blocchi di tufo  ben squadrati, visibili su entrambe le sponde del fosso Biedano, testimoniano  la presenza di un ponte a tre archi che si fa risalire al I sec. a.C., cioè ai tempi dell’occupazione romana del territorio.   Sulle pareti della “cava”  sono state individuate varie iscrizioni d’epoca romana e medievale. In particolare una di esse recita: “C.Clodius/Thalpinius/s(sua) P(ecunia) Edit”.

La vita dell’abitato di Norchia, con un alternarsi di distruzioni e ricostruzioni, si protrasse sino al 1494 quando, definitivamente distrutta dalle truppe di Carlo VIII in marcia verso Roma, fu abbandonata dai suoi superstiti  abitanti che forse diedero origine al vicino Borgo di Vitorchiano (Vicus Orclanus). Fu  così che un luogo che aveva ospitato generazioni di abitanti cadde nel silenzio dell’abbandono che la natura avvolse e l’uomo depredò per erigere nuove costruzioni. Di conseguenza dell’antico borgo rimangono  pochi resti soprattutto d’epoca medievale.

In particolare i ruderi del castello edificato  nella parte più elevata della porzione settentrionale  del pianoro  subito dopo il fossato artificiale. Costruito nel primo scorcio del XIII sec. fu distrutto nel 1435 per ordine del papa Eugenio IV.Nella stessa porzione di tavolato si erge ancora ben conservata l la chiesa protoromanica di San Pietro  costruita nell’XI sec. e ristrutturata nel XII sec..

Nella porzione meridionale del Tavolato, in prossimità della porta sud,  emergono pochi resti di un’altra chiesa romanica detta di San Giovanni  di cui emergono tracce dell’abside e  del basamento della torre campanaria.  Null’altro è ancora visibile dell’antico abitato etrusco e romano, localizzato nella parte centrale del pianoro,  eccetto qualche misero resto di abitazioni, alcune grotte e varie cisterne. 

Se il Borgo dell’antica Orclae, come abitato dei vivi non vi è più traccia, di esso è ancora visibile quello   dei defunti, costituito dalla estesa necropoli rupestre  che si estende sui fianchi boscosi nei quali scorrono i fossi di Pile, dell’Acqua Alta e del Biedano.

Un complesso tombale  che è stato definito come uno dei più importanti  per qualità e quantità dell’Etruria meridionale. La sua realizzazione è riconducibile ad una fase antica che giunge sino al IV sec.a.C, una media estendibile sino alla metà del IIl sec. a.C. ed una recente e finale che giunge sino al I sec. del periodo imperiale (età Giulio-Claudia) (2).

Le tombe furono realizzate  modellando il tufo a forma di dado, semidado e a finto dado.

Nelle realizzazioni più complesse  nella parte bassa della facciata era ricavato un portico sostenuto da colonne destinato ad ospitare i parenti dei defunti  durante le cerimonie ed i banchetti funebri, come pure la terrazza raggiungibile con una ripida gradinata laterale al dado.  Le pareti a vista erano in genere intonacate e dipinte a vivaci colori come lo erano le abitazioni.

Le camere sepolcrali erano invece ricavate ai bordi di profonde gallerie scavate sotto la facciata del dado o del portico. Alle tombe più significative  gli archeologi hanno attribuito nomi che derivano da un particolare architettonico o dal nome della famiglia che ne era proprietaria trovato inciso su uno dei sarcofagi. Abbiamo così la tomba del camino per una “simil  cappa” sporgente sulla facciata, la tomba Smurinas costituita da un gruppo di dadi tra loro raccordati da un lungo portico, la tomba Velisinas  che ha restituito 12 sarcofagi  alcuni dei quali riportanti iscrizioni di particolare interesse ed ancora la tomba Lattanzi dal nome dello scopritore appartenuta alla famiglia Churcles che presenta interessanti elementi architettonici.  

Di particolare interesse anche due tombe  dette a “tempio” o doriche in quanto le loro facciate sono arricchite con frontone modellato con figure a rilievo.

 Per concludere :

dopo secoli di abbandono e di asportazione  di quanto ancora utilizzabile, negli anni del 1970-‘80 il Comune di Vetralla decise di trasformare il sito di Norchia in parco archeologico. A tal fine furono tracciati sentieri di visita con relativi cartelli indicatori, ponticelli per lo scavalcamento dei fossi, realizzate aree di sosta con tanto di tavoli e panchine.  Un ottimo lavoro che tuttavia non ebbe lunga vita per mancanza di sorveglianza, di una costante  manutenzione e soprattutto per lo scarso rispetto della cosa pubblica di molti visitatori ed anche dei pastori che utilizzarono gli arredi per proprie esigenze.

Fu così che anno dopo anno una rigogliosa natura ha avvolto l’intero pianoro e le sue presenze archeologiche rendendo assai difficile persino immaginare che un tempo il luogo sia stato abitato. Del luogo é però rimasta  intatta quella solennitò e quel mistero di cui scriveva il Dennis.

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(1) Dal  libro “The Cities and Cemeteries of Etruria”  del Console Britannico a Roma che ebbe occasione di visitare il sito nell’ultimo scorcio del 1800

(2) L’intero complesso tombale è stato individuato ed in parte riportato ala luce a partire dal 1808 dagli archeologi Francesco Orioli e padre Pio Semeria 

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Giugno 2021

 Pierluigi Saladini