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L’Acquedotto romano e rinascimentale di Civitavecchia

   All’inizio del II sec.d.C. l’Imperatore Traiano avviò la progettazione di un porto per la città di Centumcellae in una insenatura della costa che assicurava le condizioni ottimali per realizzarlo e soprattutto in quanto escludeva, per la sua natura rocciosa,  qualsiasi pericolo di insabbiamento come stava avvenendo per il porto di Claudio sul litorale romano, prossimo al Tevere .

In questa fase preparatoria  si pose il problema di reperire  le risorse idriche necessaria per soddisfare le esigenze funzionali della grandiosa opera che si intendeva realizzare. Valutate  insufficienti  le risorse  fornite  dalle sorgenti  più prossime, fu necessario  estendere le ricerche  nella fascia collinare  più interna.

Le ricognizioni condotte dai libratores romani  sulle boscose colline che secoli più tardi accolsero  gli abitati di Allumiere e Tolfa, diedero buon esito,  scoprendo in una località oggi denominata “Passo della Vecchia” o  dei “cinque bottini”, vene d’acqua sorgive che era possibile convogliare in un sola via.

Analogo risultato diede la ricognizione effettuata nell’area sulla  quale  in epoca successiva  fu edificato il Romitorio della Trinità (sulla strada Allumiere-Farnesiana) dove si ritiene abbia soggiornato  Sant’Agostino in attesa di imbarcasi per la sua città natale (°).

Per condurre l’acqua  sorgiva sulla costa fu necessario  progettare la costruzione di un acquedotto  lungo circa 35 Km.; cosa non particolarmente agevole considerata la natura collinare, rocciosa, boscosa e ricca di torrentelli del territorio da attraversare.

Difficoltà queste accresciute dall’esigenza di mantenere alla sommità dell’opera una pendenza media dell’ 1%.

La realizzazione dell’opera si presentava dunque complessa in quanto comportava la costruzione  di ponti a più arcate (il più lungo è quello del Pisciarello di 100 m ) per superare i numerosi corsi d’acqua, il livellamento  del terreno con onerosi sbancamenti e  lo scavo di numerose  gallerie (la più lunga, circa 800 mt,  è quella del Monte Rovello scavata interamente nella roccia) per superare i rilievi collinari che sbarravano il percorso.

Un lavoro immane dunque cui si aggiungevano ovviamente  i lavori necessari per disboscare le aree attraversate, l’apertura di strade carrabili per il trasporto dei materiali e dei viveri, i ricoveri per gli operari. Analoghi interventi fu necessario approntare per immettere nell’acquedotto  il flusso proveniente dalle sorgenti prossime al Romitorio.

E’ opportuno supporre  che, nel mentre l’acquedotto durante il suo percorso si arricchiva di altre vene d’acqua, nel contempo ne fornisse agli abitati  circostanti e di certo alla grandiosa villa dello stesso Traiano la cui ubicazione è ritenuta prossima alle pendici collinari dalle quali era visibile l’area del porto in costruzione.

Quasi al termine del suo percorso l’acquedotto riversava la sua acqua in più di una cisterna del tipo di quella scoperta negli anni ’80 nel comprensorio militare del CE.Si.Va (°°), per poi fluire, purificata,  all’interno del Porto e in Città. Non sappiamo per quanti anni o secoli si protrasse la vita di questo acquedotto e se riuscì a superare i terribili tempi che seguirono alla caduta dell’Impero (470 d.C.) e alle ripetute invasioni dei  cosiddetti  barbari; in particolare al passaggio del goto Alarico che nel 410 assediando Roma tagliò tutti gli acquedotti che la     rifornivano.

Di certo sappiamo che sul finire del 1600 l’acquedotto romano  non era più in funzione da tempo, considerato che il Papa Innocenzo XII tra i provvedimenti che prese per potenziare le difese della città e per favorirne la crescita economica (conferì  a Civitavecchia il titolo di “città” ed al suo porto la qualifica di “franco”)  inserì  la realizzazione di un nuovo acquedotto che rifornisse la città ed il suo porto. 

Progettata dall’Architetto Carlo Fontana  la costruzione si protrasse per 10 anni, dal 1692 al 1702,  ed è da ritenersi che inglobasse  parte della costruzione  romana preesistente. L’opera fu completata a spese del Comune, sul cui bilancio gravò per molti anni, e inaugurata da Papa Clemente XI che nel maggio del 1703 fece coniare una medaglia commemorativa (°°°) che presentava sul dritto la sua immagine e sul retro il porto ed un tratto dell’acquedotto ripreso dal mare.

Circa duecento anni più tardi la condotta “a pelo libero” dell’acquedotto fu sostituita da una più valida tubatura metallica che resse fino ai nostri giorni.

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 (°) La tradizione vuole che il Romitorio esistesse già negli anni 387-388 avendovi soggiornato S. Agostino. Notizie documentate risalgono al 1243 in una Bolla di Innocenzo IV. Caduto in rovina fu ricostruito ai tempi del ritrovamento dell’Allume (1460) e ancora abbandonato nel 1918.

Completamente restaurato nel 2000 in occasione del Giubileo

(°°) La cisterna è stata scoperta dall’archeologo civitavecchiese Ennio Brunori che aveva avuto la possibilità di consultare piante e documenti di fine XVII secolo. L’opera è oggi visitabile con il permesso  del  Comando Militare.

(°°°) Medaglia fotocopiata dall’originale in possesso del Sig. Carmine Costanzo autore del libro “I Baiocchi. Le monete coniate  a Civitavecchia sul finire del secolo XVIII” e autore di vari articoli  su riviste del settore numismatico quali “Cronaca numismatica e Panorama numismatico.  

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Dicembre 2020

Pierluigi Saladini

Carmine Costanzo