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PIANTANGELI: una Abbazia scomparsa

A partire dall’VIII sec., la precaria situazione politica e sociale ed in particolare  l’incombente pericolo delle incursioni saracene, spinse gran parte della popolazione dei piccoli centri urbani ancora esistenti  del litorale laziale a nord di Roma a trovare rifugio sulle colline  retrostanti. La vittima più illustre di questo forzato esodo fu Centumcellae che,  nonostante il potenziamento delle sue difese voluto da Papa Leone III, nell’813 fu devastata dai saraceni. Quanti dei suoi abitanti riuscirono a salvarsi  si dispersero sulle boscose colline circostanti sino a quando quaranta anni più tardi il Papa Leone IV  fece erigere per loro su un colle isolato e naturalmente protetto, a circa 10 km dalla costa,  un borgo fortificato che fu chiamato Leopoli dal nome del suo fondatore che peralktro fu presto sostituito dai suoi abitanti con quello di Cencelle a memoria dell’abbandonata Centumcellae.  Fu così che in tutta l’area montana  sorsero, in genere in prossimità di siti etruschi e romani da tempo  abbandonati,  altri poveri abitati  gravitanti sui cenobi benedettini e le Abbazie ersistenyi di Santa Maria del Mignone, Piantangeli e S. Severella). A questo nuovo precario contesto si affiancò progressivamente il fenomeno dell’incastellamento caratterizzato dalla edificazione di insediamenti fortificati (Norchia, Luni, Torre Marinello, M. Cozzone, M. S. Arcangelo, M. Monastero, Tolfa Nuova, Rota ed altri) ubicati su siti elevati dai quali era possibile controllare ampie porzioni del territorio circostante, gli itinerari  esistenti  e i guadi che consentivano un agevole attraversamento del Fiume Mignone (é ancora oggi individuabile il cosiddetto Passo di Viterbo).  

A partire dal 1300 tutta questa organizzazione entrò in  crisi a causa dei conflitti generati dalla contrapposizione tra Comuni, nobiltà locali e grandi feudatari del Patrimonio di San Pietro in Tuscia  e non da ultimo a causa della peste che infuriò a più riprese sul territorio. La quasi totalità delle strutture civili, religiose e militari furono in parte abbandonate ed in gran parte distrutte dalle fondamenta nel corso degli innumerevoli scontri che le coinvolsero. Di conseguenza oggi della maggior parte di esse non rimane traccia, di poche altre rimangono labili tracce in genere inglobate nell’invadente vegetazione  spontanea che tutto nasconde, poche altre sono state riportate alla luce e studiate nel corso di episodiche campagne  di scavo archeologico e successivamente abbandonate all’abbraccio della natura. Tra queste ultime troviamo l’Abbazia di Piantangeli facilmente raggiungibile seguendo il percorso indicato nella Nota sottostante. 

Fu edificata nella parte più alta dell’omonimo monte  in una eccezionale posizione panoramica dalla quale si può gettare lo sguardo sulla sottostante Valle del Mignone sino alla sottile striscia del lago di Bracciano e dei monti circostanti. A idosso dell'Abbazia sono appena visibili tracce di un  piccolo borgo del quale al momento non è possibile rilevare l’estensione e più in alto, affacciato sulla sottostante valle del F. Mignone,  poche tracce di un Castelletto.   Di entrambi i siti  sono state riportati alla luce molti  materiali ceramici dal cui esame risulta che l’insieme dell’insediamento è stato frequentato dal VII/IX sec. sino alla prima metà del XIV. Sembrano confermarlo un affresco della galleria delle  carte geografiche  del Vaticano nel quale  l’area di Piantangeli  è indicata come “disfatta”. Per quanto attiene la causa del suo abbandono alcuni ritengono, ma senza fornirne attendibili prove, che la distruzione sia avvenuta fra il 1307 e il 1314, cioè ai tempi della persecuzione dei cavalieri Templari voluta dal re di Francia  Filippo il Bello e condivisa dalla chiesa cattolica di Roma.

Per quanto attiene la struttura dell’Abbazia, riportata alla luce dalla Soprintendenza nel 1974, si tratta di un edificio di circa 12 mt d’ampiezza e 20 di lunghezza databile, del quale  sono ben visibili le  tre navate che terminano in tre absidi di cui quella centrale ha una ampiezza  doppia di quelle laterali.  Le navate erano divise da 4 semicolonne addossate alle pareti corte e da altrettante colonne centrali i cui capitelli, presumibilmente eseguite da maestranze lombarde, sono ora esposte nel Museo Civico di Tolfa. Addossata al lato destro della chiesa si innalzava la torre campanaria della quale si intravede la base nascosta da un mucchio di sassi. Più in basso rimangono tracce di edifici, di certo d’uso religioso, contenuti in una cinta muraria della quale rimane solo un piccolo alzato.

Se a testimoniare la presenza dell’Abbazia rimangono pochi ruderi é comunque immutato il panorama del contesto naturale nella quale essa fu edificata che ripaga certamente della fatica che richiede il percorrere l'itinerario per raggiungerla.

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                                                Nota

Uscendo dall’abitato di Tolfa e percorrendo la strada che conduce  a Manziana  dopo alcuni tornanti  si raggiunge, sulla sinistra, una deviazione  che costituisce l’inizio della cosiddetta strada del Marano. Percorrendola per un paio di chilometri si incontra, sempre sulla sinistra, una deviazione in salita (segnalata da un cartello in giallo) che conduce, dopo qualche chilometro  ad un piazzale sterrato noto come “grasceta dei cavallari” dal quale si dipartono due piste. Quella di sinistra, in leggera discesa, conduce a monte Cozzone, quella a destra a Monte Piantageli. 

Da notare che sul lato sud del piazzale sono visibili pochi ruderi di un tempietto etrusco riportati alla luce nel 1974. Proseguendo sulla pista di destra, percorribile agevolmente con veicoli fuori strada,  si giunge, percorrendo nell’ultimo tratto un sentiero visibile solo a tratti, nell’ampia valle che si estende  sino ai piedi del Monte Piantangeli (511 mt di quota) sulla cui sommità si intravedono i  ruderi dell’ antica Abbazia.

Pierluigi Saladini

novembre 2020

 

                                                                                                                                                                              Tracce del tempietto etrusco