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La chiesa Matrice di Santa Maria di Civitavecchia.

Percorrendo Corso Marconi in direzione nord si incontra sulla sinistra una piccola piazza che si protende verso il porto sottostante. La piazza, oggi delimitata da due alti edifici  d’abitazione, ospitava l’antichissima chiesa parrocchiale e relativo convento  di Santa Maria Assunta in Cielo, testimone  della millenaria storia della città sino alla sua distruzione per eventi bellici.

Le più antiche memorie  che si hanno di questo tempio, che si ipotizza d’origine Templare,  risalgono al 1290 attingendo da un atto di soggezione stilato dalla città con Papa Nicolò IV (191° Papa, 1288-1292).

Null’altro è dato di conoscere sino al 1422 allorché, su invito della municipalità  retta allora da Giovanni di Vico,  Papa Martino V (206° Papa.1417-1431) donò ai frati Domenicani la chiesa che al tempo aveva la dignità di Cattedrale. Da un interessante libricino redatto nel 1915 in occasione del centenario dell’Ordine dei Domenicani  da Padre Raimondo Diaccini, su invito del Priore Alberto M.Zucchi, si evince che a quel tempo lo stato del sacro immobile presentava “ mura nude semplicemente imbiancate a calce, il tetto a travature, pochi altari, non cappelle, piccolo il coro  e mezzo ingombrato da un organo, piccole finestre che rendevano umida e oscura la bassa chiesa” . Dal porto si accedeva alla chiesa risalendo una bella scalea  che fu poi eliminata  quando Papa Urbano IV (182° Papa.1261-1264) fece edificare la cortina merlata, tutt’ora esistente, per potenziare le difese del porto. 

Non esistendo un edificio apposito, i padri domenicani alloggiavano in una modesta abitazione addossata alla chiesa. Solamente 50 anni più tardi, utilizzando una congrua elargizione “da pie e caritatevoli persone”  fu dato inizio alla costruzione,  che si protrasse nel tempo,  di un convento con relativo chiostro. Negli anni successivi la crescente disponibilità di offerte da parte dei cittadini consentirono di apportare ulteriori miglioramenti.    Avvenimento particolarmente significativo per la chiesa e la città fu la concessione da parte del Vescovo di Amelia della Reliquia di Santa Fermina, Patrona di Amelia e Civitavecchia.

Per l’occasione tutta la città, autorità religiose, civili, militari e popolo, si mobilitò per ricevere degnamente le Sante Reliquie e la Statua d’argento della Santa “degno regalo della generosità  del Reverendo  Padre Maestro Ridolfi e della Comunità religiosa”. Le Reliquie furono deposte sotto l’altare della Cappella appositamente  costruita e abbellita con pietre preziose, pitture e stucchi donati da Terentio Collemodio, capitano delle galee.

A partire dal 1650 la chiesa fu sottoposta a notevoli ristrutturazioni. Fu rialzata ricostruendone completamente il tetto con possenti travature e allungata di ben 27 metri sin quasi a toccare la cortina merlata del porto. L’interno fu abbellito restaurando le esistenti cappelle e realizzandone di nuove. In quel periodo la città  fu gravemente colpita da una epidemia, di certo trasmessa dall’equipaggio di qualche galea rientrata dall’Oriente e in questa occasione i frati domenicani si prodigarono in prima linea in soccorso dei malati.

L’evento confermò l’esigenza di individuare un ricovero permanente nel quale ospitare giovani ragazze e donne nubili o vedove prive di sostentamento e nel contempo un Ospedale degno di questo nome per curarle. Il problema fu risolto per iniziativa dei Padri Domenicani organizzando, inizialmente a loro spese, sia una “piccola casa” (fu chiamata della Divina Provvidenza) per queste cittadine in difficoltà  e nel contempo un seppur modesto luogo di cura (detto poi Ospedale delle donne)  ove  all’occorrenza curarle e impiegarle come infermiere e personale di servizio.

Nel 1700 la chiesa si arricchì di un nuovo organo commissionato ad un noto organista di Foligno. La chiesa insomma, un poco alla volta  si avviava ad acquisire una struttura degna del suo ruolo di “Cattedrale” e cuore pulsante  di ogni evento  civile e religioso della città;in primo luogo i festeggiamenti in onore della Santa Patrona e per la partenza e il rientro della flotta dalle missioni in Oriente.

Nel 1711 una ulteriore opera di abbellimento diede nuovo splendore alla chiesa. Fu infatti deciso di rifare la sua facciata, che era rimasta immutata sin dai tempi della sua edificazione utilizzando  l’importo delle elemosine  raccolte dalle galee.  L’incarico fu affidato al francese Padre Giovan Battista Labat, al momento presente in città,   che aveva fama di ottimo architetto. Per ridurre le spese  furono utilizzate  le pietre  della maestosa fontana fatta costruire da papa Sisto V°(227° Papa. 1585-1590) nel mezzo della piazza d’armi e  fatta demolire  da Innocenzo XII°(242°Papa. 1691-1700)  per dare spazio alla piazza utilizzata dalla guarnigione per il proprio addestramento.   Quando nel  1723 i lavori furono conclusi ne risultò una facciata “snella e severa insieme  che accese nel cuore dei cittadini e dei padri domenica un maggior amore per la loro chiesa”. 

Negli anni successivi continuarono gli interventi d’abbellimento e mantenimento che riguardarono il rialzamento del campanile (1743), il completo rifacimento del pavimento ed il completamento del chiostro e della sua cisterna. Negli anni successivi si trattò di mantenere quanto realizzato che fu tanto apprezzato dal popolo di Civitavecchia da considerare  la chiesa ed il suo convento il vero cuore ed il riferimento  della città e delle varie Confraternite che si erano costituite. Ben descrive  questo legame affettivo l’insigne Padre Alberto Guglielmotti che nella sua “Storia della Marina Pontificia” riporta nei particolari i vari eventi che coinvolgevano strettamente la città e la sua chiesa. Tra i momenti più significativi sono da ascriversi certamente i festeggiamenti organizzati  per accogliere  gli equipaggi della flotta di ritorno dalle vittoriose  missioni contro i pirati . Trascorsa la quarantena –scrive P.A. Guglielmotti-  gli equipaggi ed i soldati sbarcavano dalle galee nella darsena del porto e in processione tra due ali di popolo festante e accompagnati dal tambureggiare festoso delle artiglierie del Forte marciavano sino alla chiesa di Santa Maria per ringraziare la Santa della Sua protezione e per deporre, a  futura memoria, le insegne maggiori delle navi catturate. In testa i comandanti seguiti dai marinai e dai soldati in armi;  a seguire  la lunga teoria dei cristiani “scalzi”  affrancati dalla schiavitù (in genere rematori delle navi catturate), infine i prigionieri in catene.

Di tutto questo fu testimone e promotrice  per molti secoli la Chiesa matrice di Santa Maria, sino al terribile bombardamento del 14 maggio 1943 che la danneggiò gravemente, ma non tanto da renderne impossibile la ricostruzione, come avvenne per tante altre strutture civili e religiose del nostro Paese.   Che fosse ricostruita era aspirazione dei Padri domenicani che a tal proposito scrissero una lettera al Sindaco della città (20 ottobre 1949) corredata di un progetto dell’Arch. Vincenzo Fiesolo che dimostrava la fattibilità della ricostruzione.

A che ciò avvenisse si oppose  tuttavia  l’Autorità  Ecclesiastica Centrale che  con lettera al Sindaco del 15 gennaio 1955  a firma del Vescovo della città, sua Eccellenza Bianconi, comunicava la decisione di trasferire la ricostruzione della chiesa sul terreno della distrutta Rocca.

In tal modo scrive l’Arch. Francesco Correnti  nel suo bel libro “Chome lo papa …uole”  si compì “un duplice assurdo storico  con la scomparsa di due dei monumenti più rappresentativi  della città” . Per sempre !.

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Pierluigi Saladini

Settembre 2020