Assign modules on offcanvas module position to make them visible in the sidebar.

Main Menu

A A A

La rivolta dei Soci italici alla luce delle monete

In epoca Repubblicana, Roma accordava ai suoi cittadini notevoli diritti e privilegi, ma non altrettanto fu disponibile a concederne ai suoi alleati latini (Socii) dai quali peraltro pretendeva amicizia, fedeltà e  sacrifici in pace ed in guerra.

Il grave malcontento che per questa disparità di trattamento covava  nelle comunità dei popoli latini non fu percepito o comunque fu sottovalutato da Roma per molto tempo sino a quando nel 91 a.C. l’insofferenza  si trasformò in aperta ribellione. La scintilla che provocò l’incendio fu l’assassinio in Ascoli del Tribuno romano Marco Livio Druso ben voluto di Latini  in quanto si era molto prodigato in Senato per far riconoscere loro i diritti cui ambivano.  L’identità dell’assassino, di certo un romano, rimase sconosciuta, ma fu abbastanza per indurre gli abitanti di Ascoli a massacrare i cittadini romani residenti in città.

Il fuoco della rivolta si estese rapidamente  a tutti i popoli del Sannio  e dell’Italia meridionale, eccetto gli Umbri e gli Etruschi,  che aderirono ad una confederazione denominata Lega Italica  con capitale Corfinium,  subito ribattezzata nell’osco  Vitelium. La struttura della federazione fu mutuata da quella romana con consoli, pretori, Senato e legioni. I primi due Consoli furono il marso Quinto Pompedio Silone e  il sannita Caio Papio Mutilio. 

Roma tentò inizialmente di  soffocare la rivolta con la forza delle sue legioni, ma subì numerose sconfitte.

Il Console P Rutilius inviato a sedare la rivolta fu ucciso da P. Vettius Scato; un successivo contingente  guidato da Q. Servilius Caepio cadde in una imboscata organizzata da Quinto Pompedio Silone e fu distrutto. Nel tentativo di fronteggiare la grave situazione, il Senato  affidò il comando delle legioni a Mario e Silla e per evitare  che altri popoli si unissero ai ribelli, scelse intelligentemente di giocare una carta politica promulgando la “lex Julia” (90 a.C) con la quale accordava la cittadinanza romana  a tutti gli italici rimasti fedeli e nell’anno successivo la “lex Plautia Papiria” che estendeva la cittadina anche a  quanti degli insorti avessero abbandonato la lega. Come Roma aveva previsto le due leggi produssero molte defezioni nelle file dei ribelli che indebolirono la Confederazione moralmente e militarmente. Il Console Pompeius Strabo  riconquistò Ascoli,  che era il maggior centro dell’insurrezione,  in una battaglia nella quale perse la vita lo stesso console Pompedio Silone  che era stato il principale artefice della rivolta. Silla sconfisse i Marsi che furono costretti ad abbandonare la confederazione nell’ambito della quale sino ad allora avevano combattuto con eccezionale valore.

Nell’agosto dell’82 a.C. ancora Silla  sconfisse definitivamente  sotto le mura di Roma le ultime forze ribelli guidate da Pontius Telesinus ponendo fine di fatto ad ogni ulteriore resistenza.

La decisione del Senato di concedere la cittadinanza romana a tutti  gli italici non solo pose fine ad una guerra fratricida, ma di fatto  trasformò Roma  da città egemone di una Confederazione a Capitale di uno Stato unitario.

Nel corso della rivolta (91-88 a.C.) i Confederati coniarono  proprie monete ad imitazione di quelle romane classificabili in quattro gruppi: con legenda latina,  con legenda in osco (si legge da destra a sinistra), senza testo (anepigrafi) e con il nome dei loro capi militari. Per le loro monete, prodotte nelle zecche di  Corfinium (Vitelium),  Aesernia e Bovianum,  i confederati scelsero simboli che richiamavano  la fratellanza, la fedeltà, l’osservanza religiosa del giuramento  e del culto verso il genio tutelare  della patria; ma anche eventi storici di cui modificarono il significato a loro vantaggio. In definitiva una monetazione  particolarmente interessante per il suo contenuto storico, concettuale polemico e propagandistico ai fini della ricostruzione storica di quel tragico periodo.

Di seguito la descrizione di alcune monete particolarmente significative per la simbologia che suggeriscono. Una di queste monete presenta sul Dritto  il busto della Fedeltà e sul rovescio  la Vittoria alata seduta.E’ dunque pressoché identica  al denaro celebrativo di una vittoria coniato dal romano  M. Porcius Cato.

Di conseguenza è ragionevole  ipotizzare che il conio latino alluda alla vittoria  riportata  dal latino Pompaedius Silo sul romano  M. Porcius Cato (Fig.1).

 

 

 

 In altre monete sono effigiate le divinità di Roma  volendo forse significare il loro passaggio  alla parte italica in ossequio alla procedura  della “evocatio”  con la quale  in guerra si invitavano le divinità del nemico a passare dalla propria parte  (Fig. 2,3,).

 

  Altri denari  celebrano il giuramento di fedeltà di due  o più guerrieri raffigurati con le mani protese sul maialino  destinato al sacrificio per mano del “sacerdos fetiales” pronto a colpirlo con la pietra sacra (lapis silex) (Fig.4).

Il numero crescente dei personaggi che partecipano alla cerimonia è interpretato da taluni studiosi come il voler indicare  la crescente adesione dei  Soci alla Confederazione.     

Fig.4

La fig. 5  presenta sul Dritto la testa di Liber coronata d’edera e sul retro un toro infuriato  (i latini) che si scaglia contro un lupa (romana). Con questo conio è evidente che i latini ribelli abbiano voluto  rappresentare il valore della stirpe latina su quella romana.

 Fig.5

 

Scorrendo le varie monete è interessante notare che sebbene Roma  abbia sempre ricordato sulle proprie monete le sue vittorie con immagini propagandistiche ( vittoria alata, vittoria navale, archi di trionfo ecc.) dopo aver domato la ribellione dei popoli latini non coniò alcuna moneta che celebrasse la vittoria. E’ evidente dunque che  Roma non fu particolarmente orgogliosa di questa particolare vittoria, anzi cercò di minimizzarla avendola ottenuta combattendo  una guerra fratricida.  

______________

Pierluigi Saladini

Giugno 20120