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Vicende archeologiche in età romantica e non solo.

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Nel corso di una conferenza  (1)  tenutasi nel Castello di Santa Severa nell’ambito del ciclo scientifico-divulgativo  “Cose, uomini, e paesaggi del mondo antico” organizzato dal Gruppo Archeologico del Territorio Cerite” (GATC-ODV) è stato posto il quesito se “considerare persone emerite quanti, a partire dalla seconda metà del 1800,  si sono dedicati allo scavo archeologico nel territorio dell’Etruria meridionale per fini commerciali  o deprecabili  per aver decontestualizzato e disperso in tutto il mondo un numero impressionante di preziosi reperti etruschi riportati alla luce”.

Decidere oggi quale dei due appellativi sia più appropriato non è facile considerata la diversità  del  contesto storico-ambientale e della sensibilità culturale nel quale operarono gli archeologi-commercianti rispetto a quello attuale.  Di certo a quegli improvvisati archeologi va riconosciuto il merito di aver aperto la via alla ricerca archeologia e allo studio della civiltà etrusca, ma nel contempo è innegabile che la dispersione dei reperti ha arrecato grave danno allo studio del mondo etrusco e soprattutto al patrimonio artistico-culturale del nostro Paese.

Nel corso della conferenza i pareri furono discordi anche se il Relatore deprecò chiaramente quegli archeologi/commercianti classificandoli persino come “predatori” (vedasi sintesi Dott. Carlo CASI "Recenti scavi a Vulci....".

     Per saperne di più su questo particolare argomento ho attinto da una piccola pubblicazione (2) curata  dall’archeologo Prof. Giovanni Colonna (3) ed edita dall’Amministrazione Comunale di Tuscania che riporta  interessanti informazioni  di Vincenzo Campanari e dei suoi figli Carlo, Secondiano e Domenico che praticarono “con straordinaria bravura e fortuna“ tra il 1828 ed il 1845 attività di scavo e gestirono redditizie imprese commerciali valorizzando e ponendo sul mercato dell’antiquariato  i reperti riportati alla  luce  principalmente nei siti di Vulci, Bomarzo, Tuscania, Ischia di Castro, Faleri Novi. 

    Nel particolare la pubblicazione raccoglie:

  • una lunga prefazione dell’archeologo Prof. Giovanni Colonna che riepiloga l’attività di scavo e di “divulgazione scientifica” della famiglia Campanari di Tuscania;
  • due interessanti articoli di C. Hamilton–Gray Elisabeth (Tuscania 1839) e George Dennis (Tuscania 1842) che visitarono a più riprese le aree archeologiche nelle quali i Campanari operavano;
  • un articolo del “The Times” di Londra del 26 gennaio 1837,
  • una lettera di William Betham indirizzata a Hudson Gurney Vice Presidente della Society of Antiquaries di Londra del 16 marzo 1837;
  • Un foglio informativo per il Museo Britannico di Carlo Campanari del 1838 con il quale si offre in vendita quanto esposto nel Museo Britannico nel 1837.
  • una biografia di Vincenzo Campanari scritta da Giuseppe Giuntella di Tuscania .

 Tutti questi scritti risultano elogiativi dei tanti soggetti che portarono avanti le attività di scavo e  degli antiquari  che riuniti in una loro società ne commercializzarono i reperti riportati alla luce. E’ evidente dunque che all’epoca l’aspetto “culturale” inteso come “collezione delle opere degli etruschi” era privilegiato senza alcuna considerazione per il danno che conseguiva dalla decontestualizzazione dei reperti e dalla loro dispersione .

Quanto fosse ampia l’attività di scavo, quale fosse l’organizzazione  nell’ambito della quale si svolgeva e del come avveniva la commercializzazione dei reperti  in Italia e all’estero  è ben descritta nei fogli informativi  redatti da Carlo Campanari  indirizzati ai Trasterees (curatori) del Museo Britannico.

Scorrendo questi fogli si apprende che  Vincenzo Campanari, capo  della famiglia, diede inizio  alla sua attività di ricercatore di reperti etruschi  a  seguito della scoperta nel 1825, nel corso di una delle sue  “escursioni archeologiche”, dell’ubicazione  dell’antica città etrusca di Vulcia (Vulci).

Nell’intento di riportala alla luce egli fondò una Società  che, ottenuti i necessari permessi di scavo dal Governo Pontificio e dal Duca Torlonia proprietario dei terreni, nel 1827  diede  inizio all’attività di scavo  che portò all’immediata scoperta  di numerosi monumenti sepolcrali che restituirono importanti corredi funebri.  Opportunamente pubblicizzato l’evento  attrasse  immediatamente “ i Ministri delle Corti Straniere  residenti a Roma e le  persone  più distinte per il loro rango” . Tra i primi a visitare gli scavi fu  il Re di Baviera che appena tornato a Roma si affrettò a comprare dalla Società Campanari tutti i reperti recuperati nel corso dell’anno per una somma di 15.000 scudi  di Roma.

Altri illustri acquirenti furono la Corte di Prussia, il re di Napoli, il Duca di Toscana, l’Imperatore di Russia ed il Museo di Parigi. Purtroppo precisa Carlo Campanari nella sua lettera tutti i sepolcri scoperti furono nuovamente interrati (senza neppure  lasciarne traccia su una mappa !) a norma delle Leggi Agrarie vigenti che prevedevano il “pristinum”  del terreno per restituirlo all’agricoltura e alla pastorizia.

 Nel 1835 il Papa Gregorio  XIV “mosso da nobile emulazione” chiese al Campanari di sciogliere la sua Società e costituirne una nuova, valida per il periodo 1836-1837, con la partecipazione della sola famiglia Campanari e del  Governo Pontificio.  Gli scavi ripresero dunque con maggior vigore e conseguirono risultati eccezionali. Tra l’altro nel sito di Vulci fu individuato il tempio di Minerva Ergane e la stessa statua in bronzo della dea  subito acquisita dal Re di Baviera. Lo Stato Vaticano da parte sua con i reperti di sua spettanza realizzò il Museo Gregoriano.

Per mantenere almeno  il ricordo di come si presentavano questi sepolcri alla loro apertura,  Carlo Campanari “immaginò di far fac-simili delle pitture  a fresco delle camere mortuarie più interessanti  e di raggruppare i corredi in essi rinvenuti” per esporle al Museo Britannico e successivamente offrire in vendita il tutto allo stesso Museo.  Superate le difficoltà dell’operazione e acquisiti i relativi permessi  tutto il materiale raccolto (sculture etrusche ed  epigrafi ) fu spedito a Londra e nel gennaio 1837 esposto al pubblico.

Da Osservare che per quanto attiene la vendita al British Museum del materiale esposto (circa 124 pezzi) i Campanari non incontrarono l’interesse dei trustees interpellati  tanto che dovettero far ricorso ad un’asta che si tenne  nel giugno del 1838.

Fin qui quanto riferito da Carlo Campanari.

C’è comunque da osservare che i Campanari sull’onda del successo conseguito a Londra decisero di  organizzare una analoga “mostra permanente” nel giardino della loro abitazione a Tuscania (ubicata  nel cuore della vecchia Toscanella in via Vincenzo Campanari dal 1935). L’occasione fu loro data dalla scoperta nella necropoli di Tuscania (gennaio del 1839) di una tomba particolarmente ricca appartenuta alla famiglia Vipinana. Essa infatti conteneva  27 sarcofagi di pietra con  coperchio scolpito, molte iscrizioni e ricchi corredi. Abbastanza dunque per dar seguito a quanto si proponevano.  Realizzarono dunque una ricostruzione architettonica  della tomba identica a quella che per secoli aveva custodito cosi tanti reperti e l’arredarono con 10  dei sarcofagi e parte degli arredi che aveva contenuto mentre gli altri sarcofagi vennero esposti all’aperto  tra “verzura e pergolati”. Di questa tomba abbiamo una dettagliata descrizione nel Cities and Cimeteries  di Geoge Dennise arricchita da un disegno di S.J. Ainsley che nel 1842 ebbero occasione insieme di visitarla.  

Dalla descrizione e dal disegno apprendiamo che “la tomba aveva  una facciata di tipo rupestre con un portale modanato a proiecturae orizzontali con toro, becco di civetta e fascia”.

La tomba tuttavia non ebbe lunga vita a causa della cattiva situazione finanziaria nella quale cadde la famiglia  Campanari.  Di conseguenza a partire dal 1875 cominciarono le vendite spicciole dei reperti tra cui il sarcofago dei Niobidi che fu acquisito dal Vaticano; nel  1890 le sculture e le  lapidi in bella mostra nel giardino furono sottoposte a vendita giudiziaria; tra il 1892 ed il ’94 continuò la spoliazione con la vendita dei migliori sarcofagi (per fortuna due di essi furono bloccati dall’Ufficio esportazioni  di Roma e trasferiti  al Museo di Villa Giulia).

Nel 1922 la Soprintendenza ai Monumenti vincolò la ex proprietà Campanari (al momento in possesso della famiglia Pietro Caldarelli) con i reperti etruschi ancora contenuti tra cui 17 sarcofagi. Nell’ottobre del 1941 l’intera collezione dellei antichità vincolate, oltre cento pezzi, fu acquisita dallo Stato e  trasferita nel Museo Nazionale di Tarquinia.

Il terremoto del 1971 che devastò l’abitato di Tuscania ed i suoi più preziosi monumenti, risparmiò quanto rimaneva della struttura della Tomba , ma rese inagibile la loro Casa  che da allora continua a deteriorarsi nel più completo abbandono. 

Questo per quanto riguarda le vicende “Campanari”, ma ancora molto ci sarebbe da raccontare per quanto attiene quanti, con regolare autorizzazione o nascostamente, continuarono e continuano a scavare disperdendo un patrimonio culturale che costituisce la storia del nostro Paese.

 Per ultimo occorrerebbe citare quanto di analogo succedeva  nel territorio dell’antica dodecapoli campana ove in particolare nel sito dell’antica Pompei si continuava  a scavare “con grande successo e poca spesa” per conto della casa reale e talora per conto di privati, vedasi il Duca Bernardo di Saxe Weimar, e ad esportare all’estero.

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(1) “Recenti scavi a Vulci: le cento tombe di Poggetto Mengarelli”, Relatore Dott. Carlo Casi, Direttore scientifico Fondazione Vulci.

(2) George Dennis, E.C. Hamilton –Gray. Città e Necropoli dell’Etruria Tuscania ,1986.

(3) Noto tra l'altro per aver riportato alla luce i templi di Pyrgi e le famose lamine d'oro bilingue

Pierluigi Saladini

Ottobre 2019