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 La distruzione dell’abitato di Castro capitale dell’omonimo Ducato

Non molto distante dall’abitato di Ischia di Castro (VT) su una altura  delimitata da rupi scoscese affacciate sul fiume Olpeta  sono visitabili poche tracce dell’antico abitato di Castro (da Castrum, luogo fortificato) fatto distruggere dal Papa Innocenzo X nel 1649.

Di seguito una breve sintesi della storia di questa  sfortunata Città.

Importante sito etrusco e poi romano, citato con il nome di Statonia da Plinio e Vitruvio, nell’alto medioevo (VII sec.) Castro  divenne sede vescovile ereditata da Bisenzio, città sul lago di Bolsena, distrutta dai Longobardi. Feudo della Chiesa dal 1154,  regnante papa Adriano IV, nel 1527  fu occupato per breve tempo da Pier Luigi Farnese, figlio naturale del Papa Paolo III, all'epoca feudatario del vicino borgo di Valentano, approfittando dello stato di crisi nel quale al momento versava lo Stato Pontificio   a seguito della calata dei lanzichenecchi di Carlo V d’Asburgo.

L’occupazione non fu gradita a Papa Clemente VII che nel frattempo si era rifugiato ad  Orvieto per evitare di rispettare le condizioni di pace imposte dall’Imperatore Carlo V. Di conseguenza impose al Farnese di restituire Castro alla Chiesa. Cosa che egli fece, lasciando tuttavia che la città fosse saccheggiata dal duca di Latera Gian Galeazzo Farnese.

Nel 1534 alla morte di papa Adriano IV salì  al soglio pontificio il cardinale Alessandro Farnese con il nome di  Paolo III che nel prosieguo, come era consuetudine, non mancò di favorire i propri famigliari. Tre anni più tardi infatti (31 ottobre 1537),  nel contesto del raggruppamento dei feudi della sua famiglia,  la città di Castro ed il territorio circostante fu elevato a Ducato e assegnato  al figlio Pier Luigi con annessa contea di Ronciglione

  Nel nuovo cotesto l’abitato fu sottoposto ad un importante restauro urbanistico la  cui attuazione fu affidata  all'architetto Antonio da Sangallo il Giovane (architetto militare papale dal 1536) che riparò i danni causati dal saccheggio di Gian Galeazzo Farnese e diede  alla città, che Annibale Caro in precedenza aveva definito una "bicocca da zingari" (termine attribuito  anche a Tolfa), una connotazione edilizia rinascimentale comprensiva anche di strutture difensive del tipo bastionato analoghe a quelle realizzate a Civitavecchia. I lavori comunque non furono completati come progettato sia per la morte nel 1546 dell’architetto sia per il fatto che i Farnese, gratificati  dall’acquisizione del ducato di Parma e Piacenza, trascurarono Castro che di conseguenza cadde in un graduale declino pur mantenendo il ruolo di centro amministrativo e giudiziario del Ducato.

Nel 1623  alla morte di Paolo III fu eletto Papa, con il nome di Urbano VIII, un cardinale della famiglia Barberini, avversa ai Farnese,  che propose ad Odoardo Farnese, Duca di Castro, di cedere allo Stato della chiesa la città di Castro  a copertura del pesante  indebitamento contratto dalla sua famiglia con alcuni banchieri di Roma. Minacciando inoltre in caso di rifiuto di pretendere anche il Ducato di  Parma e Piacenza in quanto possesso dello Stato della Chiesa.   

Odoardo Farnese, forte dell’appoggio di alcune signorie dell'Italia del Nord  e della Francia rigettò la proposta e nel contempo organizzò un piccolo esercito, alla testa del quale occupò la fortezza pontificia di Acquapendente.  

In risposta  a questa azione il 13 ottobre 1641 le truppe pontificie al  comando di Taddeo Barberini,  prefetto di Roma, cinsero   Castro in un  assedio che si protrasse per soli sei giorni.

La mediazione francese portò al trattato di Roma, firmato il 31 marzo 1644,  che restituì al duca Farnese il suo feudo, ma senza  risolvere le controversie che per il momento furono accantonate.

Fu così che solo otto anni più tardi, nel 1649,  la controversia tra i Farnese e lo Stato Pontificio riprese vigore  per l’opposizione di Ranuccio II, Duca di Castro, ad accogliere  nel suo Ducato  il Vescovo Cristoforo Giarda  come stabilito da papa Innocenzo X Senza tener conto dell’opposizione del Farnese,  il 16 marzo il Vescovo si avviò verso Castro, dove non giunse in  quanto in prossimità dell’abitato di   Monterosi  (sulla strada Cassia) fu assassinato.  

Ranuccio fu accusato di essere il mandante del delitto e per ritorsione  il 19 luglio le truppe pontificie assediarono Castro. Un assedio che si protrasse per molti giorni fino a quando le truppe papaline riuscirono  a prevalere sulla difesa ed a penetrare in città. I patti di resa firmati dalle parti   prevedevano il solo abbattimento  delle fortificazioni cittadine, ma non furono rispettati. Infatti a dicembre fu imposta l’evacuazione degli abitanti e fu ordinata la distruzione dell’abitato  comprese le chiese e i luoghi sacri. La città fu rasa al suolo, le campane del Duomo furono trasferite nella chiesa di Sant'Agnese in Agone a Roma, le artiglierie a Civitavecchia   e altre opere d'arte sparse nei paesi dei dintorni.

Il tragico evento è raccontato in modo dettagliato dall’Abate Domenicano Padre Labat   (1) che di ritorno dal suo lungo viaggio nelle Antille ebbe occasione di visitare l’area nella quale sorgeva Castro:  “Innocenzo X invece di porre una propria guarnigione nella città conquistata  decise di togliersi questa spina dal piede e liberare per sempre gli Stati della chiesa dalle rapine che i briganti facevano sotto la protezione del Duca e dei suoi Ufficiali.

Si diede un tempo ragionevole agli abitanti per portar via i loro effetti e tutto quello che vollero dalle loro case. Dopo di che si appiccò il fuoco dappertutto e quando l’incendio ebbe fine si rasero al suolo le mura e le torri della città e si riempirono i fossati e si eresse una colonna di pietre al centro della piazza nella quale si incisero queste parole : “ Hic fuit Castrum (2).

Altri luoghi subirono la stessa sorte per togliere ai briganti tutti i luoghi dei loro rifugi”.

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 (1) Vedasi il libro “ I viaggi del Padre Labat dalle Antille a Civitavecchia” scritto da Francesco Correnti e Giovanni Insolera. Il padre Labat  ha soggiornato  per alcuni anni all’inizio del ‘700  a Civitavecchia  con l’incarico di ristrutturare,  con materiale di recupero dall’abbattimento della  fontana eretta nella piazza d’armi,  la facciata della chiesa di Santa Maria poi distrutta dai bombardamenti alleati del 1943 e non più ricostruita.

(2) Per coloro che volessero visitare il Sito di Castro è opportuno contattare il Museo Civico di Ischia di Castro (0761.425400) che mette a disposizione guide pratiche dei luoghi.

 

Immagini:

Mappa del Ducato

Pier Luigi Farnese

Papa Paolo III

Urbano VIII

Innocenzo X

Ranuccio II Farnese

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Dicembre 2022

 Pierluigi Saladini